Contratto unico in arrivo, cosa cambia per i lavoratori

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Con la riforma del lavoro alle porte, prende sempre più piede l’ipotesi di un azzeramento delle varie forme contrattuali in essere, e la loro sostituzione con il nuovo contratto unico. Una ipotesi di revisione che dovrebbe portare alla tanto attesa semplificazione delle forme contrattuali, con un occhio attento ad evitare nuovi malintesi sull’articolo 18.

Ma cosa cambia (o potrebbe cambiare) per i lavoratori italiani?

  • Cosa cambia per i giovani: tra i principali destinatari della riforma del lavoro vi sono senza alcun dubbio i giovani. Due terzi delle assunzioni di lavoratori con meno di 30 anni avvengono infatti con contratti atipici, che stando ai dati del Ministero del Lavoro si concretizzerebbero in ben 34 diverse tipologie contrattuali. La riforma potrebbe pertanto spingere verso l’unificazione delle forme tecniche verso un unico percorso di inserimento e di consolidamento, che possa evitare l’esplosione del precariato su livelli ancora più elevati di quelli attuali.
  • Cosa cambia per i precari: le precedenti riforme (parziali) del lavoro, sono state un vero e proprio disastro in termini di maggiore precarietà, accrescendo l’instabilità delle posizioni lavorative. Pertanto, il ministro Fornero vorrebbe introdurre un percorso certo di stabilizzazione, evitando che i giovani possano arrivare ai 35 o ai 40 anni senza le spalle sufficientemente coperte, e tenendo altresì in considerazione che, per loro, la pensione sarà interamente calcolata sulla base dei contributi versati.
  • Cosa cambia per i licenziamenti: vero nodo da sbrogliare sul contratto unico è relativo al tema dei licenziamenti. Nel modello Ichino, infatti, è previsto un particolare meccanismo di libero licenziamento, con obbligo sostanziale da parte dell’azienda di reintegro in caso di miglioramento degli affari, e con ammortizzatori sociali più o meno estesi nel tempo. La bozza formulata dall’ex ministro Damiano prevedeva invece un periodo di prova di tre anni durante i quali sarebbe stato possibile licenziare. Insomma, il punto sembra essere particolarmente delicato e, probabilmente, oggetto di accesi scontri.

La scheda riassuntiva. La Repubblica ha pubblicato una interessante scheda riepilogativa di tutte le proposte e le conseguenze in merito. Vi invitiamo a dare uno sguardo al lavoro svolto, su questo collegamento.

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Mar 31/01/2012 da Roberto Rossi

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Francesco 4 gennaio 2012 03:02

dopo aver rovinato l’italia,state rovinando il mondo del lavoro!! vergognatevi!!!!! altro ke politici siete peggio degli usurai …..ladroni e farabutti lasciate stare l’articolo 18 ke noi operai con una misera paga di mille euro al mese stiamo facendo la fame con tutte queste tasse che ci fate pagare,non prendiamo 30 mila euro al mese come voi….almeno fossero sudati! ladroni infamoniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

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Antonio 23 gennaio 2012 17:08

Salve , a proposito della riforma del mercato del lavoro credo che si stia facendo solo chiasso . Come al solito si cambia per non cambiare nulla . Bisogna rendere il lavoro libero , far lavorare chi ha competenze e capacità . In un regime di concorrenza un’ azienda sceglie chi è più capace e meritevole.Fare dei concorsi publici es ci sono 100 posti di lavoro con una selezione severa si prendono i primi cento che hanno i requisiti per lavorare.Questi lacci di contratto unico non servono a nulla , anzi servono per obligare ad assumere gente non qualificata e quelli capaci stanno a casa come succede oggi . La Fornero mi sembra una capace di piangere ..spero che non faccia piangere i ragazzi con più laure che hanno studiato molto e sono disoccupati per via di questi lacci maledetti .Lavoro libero ..quelli che non hanno una qualifica devono ritornare a scuola .

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Bobyy 23 marzo 2012 08:49

penso il problema sia iocptilo piuttosto che amministrativo (dei dirigenti dei ministeri non saprei cosa pensare).le ragioni dell’immobilita’ secondo me sono culturali e istituzionali. quelle culturali stanno sia a destra sia a sinistra. A sinistra il maggiore problema e’, a mio modo di vedere, il sindacato. Purtroppo il sindacato italiano e’ fermo agli anni ’70 dal punto di vista delle ideologie e si porta dietro tutta la sinistra politica incapace di affermarsi come movimento social-democratico moderno. Ancora parlano di capitale e lavoratori, rendiamoci conto. A destra e’ una fondamentale mancanza di una reale cultura di mercato , che li porta da una parte a giocare al gioco delle parti contrapposte con il sindacato (io dico A e tu dici non-A) e dall’altra a pensare che essere a favore del mercato significhi necessariamente essere a favore delle imprese e quindi ad adottare posizioni confindustriali.Confindustria a volte propone cose decenti (soprattutto perche’ in Italia siamo cosi’ illiberali che dire una cosa meno illiberale e’ un miglioramento) ma e’ pur sempre un sindacato di categoria, e quindi difende gli interessi dei suoi membri piuttosto che le riforme liberali. A volte questi interessi combaciano, a volte (spesso) no. Non necessariamente infatti il mercato giova alle imprese Fondamentalmente e’ la struttura corporativistica voluta dal fascismo che interagisce con la mancanza di una reale cultura liberale che crea l’immobilismo che vediamo. My two cents, anyway.

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