Una composizione di mimose da regalare quest’anno per l’8 marzo, la Festa della Donna 2010, costa in media 25,90 euro, ovverosia il 3,6% in più rispetto allo scorso anno, mentre per una piccola composizione ci vogliono ben 6,70 euro, ovverosia il 3% in più. Sono questi i prezzi medi rilevati su scala nazionale dall’Associazione Adoc, la quale parla di conseguenza di mimosa d’oro per una ricorrenza che vede salire i prezzi ben oltre il livello dell’inflazione e che, di conseguenza, comporterà inesorabilmente un calo delle vendite.
Nell’ultimo bimestre dello scorso anno è aumentata la spesa degli italiani presso i supermercati. A rilevarlo è Unioncamere in accordo con il Bollettino Vendite Flash, da cui in particolare è emerso come gli italiani presso la grande distribuzione organizzata abbiano in prevalenza puntato, per i generi alimentari, nell’acquisto di prodotti freschi tipici della dieta mediterranea, mentre più lontani si sono tenuti dal banco dei prodotti surgelati i cui prezzi hanno fatto registrare degli aumenti. Dal Rapporto Unioncamere, visionabile nella sua versione completa sul sito www.starnet.unioncamere.it, è emerso inoltre come a spingere in alto i volumi di vendita siano state anche le promozioni.
Rispetto allo scorso anno, in vista dell’8 marzo, per la Festa della Donna sul mercato in Italia ci sarà in vendita un minor quantitativo di mimose. A farlo presente è la CIA, Confederazione Italiana Agricoltori, spiegando che la produzione è all’incirca diminuita del 30% a causa delle gelate delle passate settimane; pur tuttavia, a fronte di prezzi in rialzo al dettaglio, per effetto dell’aumento dei costi di produzione, la qualità delle mimose sul mercato sarà ottima grazie alle tecniche di produzione e di selezione adottate dagli agricoltori.
Dopo un’inflazione media 2009 a +0,8%, il carovita quest’anno dovrebbe attestarsi su valori ben più elevati e comunque non sotto l’1%; ma a fronte dell’ascesa dei prezzi non sembra esserci, allo stesso modo, un’ascesa dei redditi da parte delle famiglie tale da evitare un’erosione del potere d’acquisto. Anzi, le difficoltà a livello occupazione in Italia persistono, ragion per cui il 2010 per le famiglie, nonostante siano passati ancora due mesi, si candida per essere addirittura peggiore del 2009. Per questo l’Adoc, dopo aver appreso i dati odierni Istat sull’inflazione di febbraio 2010, ritiene indispensabile l’adozione di misure di detassazione mirata dei redditi delle famiglie.
L’inflazione non preoccupa, né in Italia né in Europa. E’ questo il risultato degli ultimi dati rilevati dall’Istat, l’Istituto italiano di statistica e da Eurostat, l’Istituto di statistica dell’Unione Europea. In Italia secondo le prime stime l’indice Nic dei prezzi al consumo è salito a febbraio dello 0,1% su base mensile e dell’1,2% su base annua, leggermente meno delle previsioni degli analisti. A gennaio l’indice Nic aveva mostrato un rialzo dei prezzi dello 0,1% in termini congiunturali ed era salito dell’1,3% su base annua. Sempre a febbraio, secondo le prime stime, l’indice armonizzato Ipca è risultato invariata rispetto a gennaio mentre è salito dell’1,1% su base annua.
In data odierna l’Istat ha comunicato la rilevazione preliminare di febbraio 2010 per quel che riguarda i prezzi al consumo; ebbene, per il mese scorso l’indice del carovita segna un +1,2%, ma quando si prende il carrello della spesa l’indice dei prezzi al consumo segna una rilevazione doppia e, quindi, pari a +2,4%. A stimarlo è il Codacons visto che i prezzi dei cosiddetti beni ad alta frequenza di acquisto corrono con ritmi di aumento ben più elevati rispetto al dato medio fornito dall’Istituto Nazionale di Statistica.
In concomitanza con il rilascio dei prezzi alla produzione a cura dell’Istat per quel che riguarda lo scorso mese di gennaio, la Coldiretti, in base ad un’analisi effettuata prendendo a riferimento i dati Ismea, ha sottolineato come i prezzi dei prodotti agricoli anche nel corso di gennaio 2010 abbiano segnato il passo. Nel dettaglio, il calo medio dei prezzi alla produzione agricola è stato del 6,1%, con punte di ribasso sopra la media per i legumi e gli ortaggi, i vini con un secco -13,9%, e la frutta secca e fresca, mentre per i cereali la caduta dei prezzi è stata circoscritta al 3,9%.
Nel nostro Paese c’è metà delle famiglie che, per effetto di un lavoro regolare, e dei relativi aumenti contrattuali, ha leggermente recuperato potere d’acquisto in base all’andamento dell’inflazione degli ultimi mesi; ma c’è anche un altro 50% di famiglie italiane che il potere d’acquisto, invece, l’ha perso sia per effetto della cassa integrazione, sia a causa della perdita del posto di lavoro. A mettere in evidenza questa situazione è il Segretario Generale Adiconsum, Paolo Landi, sottolineando come l’inflazione rimanga nel segno della recessione, e come sia necessario, tra l’altro, un controllo delle tariffe per quel che riguarda i trasporti.
Non appena sul territorio italiano tornano la neve, il freddo ed il gelo, puntuali arrivano le speculazioni sui generi alimentari per effetto del maltempo; i prezzi, infatti, tendono a salire presso i banchi dell’ortofrutta, un po’ in tutta Italia, approfittando della situazione visto che ad aumentare di prezzo al banco sono prodotti agroalimentari che già sono stati raccolti da un bel pezzo. Non a caso, in data odierna, il Codacons ha denunciato un allarme rincari da maltempo con speculazioni al rialzo sui prezzi nelle ultime ore del 5-10% sia per la frutta, sia per la verdura.
Arriva una boccata d’ossigeno in Italia per gli automobilisti. Il leader della distribuzione dei carburanti nel nostro Paese, ovverosia Agip, ha infatti tagliato i prezzi della benzina alla pompa di 2,5 centesimi di euro al litro. E così, in accordo con quanto riporta “Staffetta quotidiana“, il prezzo Agip della benzina alla pompa scende appena sotto il livello di 1,32 euro al litro, ma in materia di riduzione dei prezzi al dettaglio dei carburanti si può fare decisamente di più. Ad affermarlo è la Federconsumatori che, tra l’altro, dopo l’intervento dell’Agip auspica che anche le altre major del petrolio che operano in Italia facciano altrettanto.
Nel 2009 il giro d’affari in Italia, per quel che riguarda l’arte, si è attestato attorno al miliardo di euro, ovverosia su valori quasi dimezzati rispetto all’anno precedente; a rilevarlo è Nomisma che, pur tuttavia, ha posto l’accento sul fatto che nel nostro Paese il mercato degli oggetti e dei beni artistici ha comunque fatto registrare nel periodo della crisi una migliore tenuta rispetto al mercato internazionale. E se l’arte moderna presenta tratti “speculativi”, quella antica si è confermata anche a tempi della crisi un “bene rifugio” in grado di proteggere i capitali investiti dall’inflazione.
Secondo la consueta indagine trimestrale della Banca Centrale Europea (Bce), le economie dei Paesi dell’Eurozona continuano a mostrare un costante miglioramento nella crescita. Ma se le prospettive nel breve termine appaiono favorevoli, resta un fondo d’incertezza sulla potenza della ripresa economica.
Mentre appare tutto sotto controllo dal lato prezzi. L’inflazione segnala lievi aumenti ma al momento non da segnali di preoccupazione, restando a valori moderati. Due invece sono le preoccupazioni principali del board della Bce, gli squilibri di bilancio notevoli e in netto incremento dei vari paesi e la disoccupazione.
Negli ultimi tre anni in Italia il reddito delle famiglie è calato del 4%; a rilevarlo è stata la Banca d’Italia in accordo con un’indagine che, quindi, mette in evidenza come i consumatori abbiano perso un bella fetta del loro potere d’acquisto. A fronte del calo dei redditi, infatti, i prezzi sono invece aumentati negli ultimi tre anni, sia in media, sia ancor di più per quel che riguarda le spese obbligate ed i beni ad elevata frequenza d’acquisto come i generi alimentari. Per questo, secondo l’Adoc, per uscire da questa situazione serve che i prezzi vengano abbassati per far recuperare potere d’acquisto alle famiglie.
Non solo pasta, pane e carote segnano nel nostro Paese ricarichi record nel passaggio dal campo alla tavola. Anche gli agrumi “made in Italy“, infatti, sono oggetto di ricarichi record lungo la filiera che, in base a quanto rende noto la Coldiretti, sono pari a ben il 625%. A farne le spese è da un lato il produttore agricolo e dall’altro il consumatore; il produttore agricolo, infatti, incassa pochi centesimi di euro per un prodotto che poi al banco della frutta viene venduto in euro al chilo. E così, a fronte dei 0,20 euro al chilo pagati all’agricoltore per le arance tarocco, i consumatori poi le vanno a pagare a 1,45 euro al chilo.