Visita fiscale: quando il datore di lavoro può richiederla

L’indennità per malattia è un diritto che spetta a tutti i lavoratori dipendenti. Ci sono casi, tuttavia, in cui il datore di lavoro richiede la visita fiscale. Ecco quando.

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Persona che misura la febbre (Canva) – VostriSoldi.it

Rimanere a casa dal lavoro in caso di malattia e venire ugualmente pagati è un diritto di tutti i lavoratori dipendenti. In alcuni casi, tuttavia, il datore di lavoro può volersi accertare del reale stato di salute di un suo impiegato o operaio, in particolare in presenza di assenze continue “tattiche”. Si tratta di giorni di malattia della durata di pochi giorni di solito a ridosso dei weekend o in concomitanza con ponti o ferie.

Potrebbe pertanto essere che il dipendente ne approfitti per stare giorni in più a casa o libero. Un gesto che rappresenta anche un illecito verso l’INPS, visto che è l’ente che eroga l’indennità in questione. In questi casi l’Istituto può procedere con l’invio di una visita fiscale, o può essere lo stesso datore a richiederla per accertarsi delle condizioni del lavoratore.

Visita fiscale: quando il datore di lavoro può inviarla a casa

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Una persona malata (Canva) – VostriSoldi.it

Il datore di lavoro può scegliere in tutta libertà quando inviare una visita fiscale al domicilio del dipendente, poiché non è tenuto a seguire particolari criteri. Per poter richiedere una visita, l’azienda deve andare sul sito online dell’INPS, che ha creato un servizio apposta in gradi di consentirle di farne domanda in via telematica.

La richiesta può essere singola, quindi una sola volta e per un solo dipendente, o multipla per più lavoratori, per il quale si deve seguire una procedura apposita. Inoltre, sempre tramite portale, il datore può anche controllare lo stato delle richieste inviate, oltre che l’esito delle visite eseguite.

L’indennità economica è erogata dall’INPS, a partire dal 4° giorno fino ad arrivare al 120° giorno, ma spesso non copre l’esatto importo della giornata lavorativa. Molti contratti nazionali prevedono infatti che l’integrazione spetti al datore di lavoro. Ecco spiegata, quindi, la volontà da parte dell’azienda di accertarsi dell’effettivo stato di malattia per non correre il rischio di pagare inutilmente un lavoratore magari un po’ furbo.

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